Circa 150 anni fa Charles Darwin sosteneva che quando le condizioni ambientali cambiano solo le specie capaci di adattarsi al nuovo habitat riescono a sopravvivere. Se è indubbio che il mondo sia da sempre in continuo e costante cambiamento, è pur vero che negli ultimi lustri qualcosa è cambiato nei tempi e nelle modalità.

Trasportando il concetto al mercato ci siamo trovati di fronte ad una rivoluzione mondiale ed epocale: se solo qualche decennio fa per creare un business da un miliardo di dollari occorrevano almeno vent’anni, oggi l’evoluzione tecnologica (social network, app) permette a menti brillanti, abili a muoversi in questo habitat mutato, di creare società che nel giro di 18 mesi raggiungono gli stessi numeri e con potenzialità di ulteriori sviluppi esponenziali.

Naturalmente questo fenomeno sta mettendo in crisi i modelli tradizionali: anche le grandi multinazionali, che si pensavano immuni per la loro potenza economica e la loro reputation nel mercato tradizionale, si sono scoperte vulnerabili.

Pensate soltanto all’impatto devastante di Amazon sulla distribuzione organizzata o alla rivoluzione seguita all’avvento di PayPal e prima ancora dell’e-banking sul business bancario, dove in pochissimo tempo la mission delle filiali è stata completamente messa in discussione. Il car sharing ha poi rivoluzionato in pochissimo tempo la mobilità all’interno delle grandi città e potremmo continuare con altri esempi.

Cosa è successo alle organizzazioni?

Le organizzazioni hanno sentito la necessità di cambiare principalmente a causa di due fenomeni: da un lato la globalizzazione dei mercati che ha ulteriormente aumentato la facilità e velocità degli spostamenti e l’interscambio di informazioni, dall’altro la digitalizzazione crescente che ha rivoluzionato il modo di comunicare e reso nel contempo possibile la nascita di nuovi modelli di business: Skype, Uber, AirBnB sono infatti casi di successo anche grazie alla potenzialità di diffusione garantita dall’utilizzo di strumenti come smartphone e tablet.

Oggi si parla sempre più di organizzazioni esponenziali, organizzazioni cioè il cui impatto (e il cui ricavo) sia almeno dieci volte superiore a quello dei propri competitor, e che si fondano sulla tecnologia che per la propria natura pioneristica da sempre fa leva su processi di accelerazione.

Un ambiente digitale tende a muoversi esponenzialmente grazie ad una struttura agile, capace di raccogliere migliaia e migliaia di informazioni in maniera gratuita e veloce e trasformarne la gestione in utili con costi quasi impercettibili per l’utente e economia di scala massive.

L’esempio di Skype è illuminante: gli unici introiti derivano dalla vendita dei servizi premium, acquistati solo da il 10% circa del totale degli utenti. Avendo però garantito con una piattaforma completamente gratuita una massa enorme di utenti standard.

Le opportunità della realtà esponenziale e del digital

La digital disruption sposta continuamente equilibri e modalità di comunicazione con un impatto significativo sulle abitudini, sui consumi e soprattutto sulle aspettative di servizio.

In particolare, la continua possibilità di confronto e la costante condivisione di esperienze (dalle recensioni di hotel e ristoranti alla digital reputation dei professionisti) costringe le organizzazioni ad aprirsi all’esterno.

E questo approccio vale per tutto e tutti, dai modelli di business alle organizzazioni, dalle modalità di motivazione ed incentivazione delle persone, allo smart working.

Anche in ambito formativo si è vissuta una vera e propria rivoluzione. Nei vent’anni di esperienza nel settore ho visto cambiare spesso metodologie e tecniche, ma mai come in questo momento si è dovuto ripartire quasi da capo. Se è vero che il processo di apprendimento delle persone è cambiato per velocità e strumenti, ha creato nuovi “dizionari” tanto che parlare di formazione con i video invece di gamification fa pensare al paleolitico.

La digitalizzazione ci ha poi abituati al multitasking e a poter lavorare o comunicare in qualsiasi luogo. Capita, a causa di questo, di vedere in una riunione aziendale le persone più intente a lavorare con il proprio smartphone che ad ascoltare gli argomenti della riunione stessa.

Va anche detto che oggi a volte tendiamo a chiamare multitasking una cosa che in alcuni casi rasenta la maleducazione e per la quale a scuola avremmo preso una bella nota, ma è altrettanto vero che per catturare (e mantenere) l’attenzione in aula o in un meeting servono argomenti ricchi di sostanza e tempi e ritmi diversi.

Come sempre abbiamo una scelta: cercare di sopravvivere o cogliere le opportunità. Da mille studi emerge che a sopravvivere saranno le realtà più agili: entro i prossimi sette anni è prevista la nascita di almeno 400.000 nuove start up. A Milano c’è stato un incremento del 6% da giugno a dicembre 2016 per la nascita di start up innovative, che hanno raggiunto quota 6.745 (iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese)

 [1]

Siamo pronti ad affrontare questa disruption in costante accelerazione?

“Cambia prima di essere costretto a farlo” (Jack Welch).

E’ pertanto fondamentale essere in grado di gestire consapevolmente il cambiamento e nel contempo riappropriarci del coraggio di programmare attività di medio lungo periodo. Magari cominciando a vedere questo cambio di scenario (non si può parlare di crisi per un fenomeno che dura da più di un lustro) come una incredibile opportunità.

Solo allora potremo iniziare a muoverci senza più zavorre ed aumentare la nostra reattività agli eventi invece di subirli.

Sarà indispensabile cambiare ancora e sempre, sia nella cultura che nei valori, ed accedere a strumenti e modalità efficaci, pena la scomparsa dal mercato.

La prima cosa da fare è aprire gli occhi ed accettare la realtà, esaltando la nostra capacità di rimetterci in discussione ancora una volta.

Ed ancora una volta ce la faremo.

 

Alessandro Frè

Risorsa Uomo

 

[1] Fonte: Rapporto Trimestrale Nazionale sui trend delle startup innovative