Should I Stay Or Should I Go?

Il mondo accelera sempre più ed è necessario tenere il passo. [Articolo pubblicato su “Leader” di febbraio 2018]

Estote parati: siate pronti. Mai come oggi questa locuzione latina che ha origini vangeliche e che fu ripresa come motto da Robert Baden-Powell, fondatore dello Scoutismo, sintetizza l’approccio mentale necessario al cambiamento costante.

Charles Darwin lo aveva capito circa 150 anni fa quando affermava che, se le condizioni ambientali cambiano, solo le specie capaci di adattarsi al nuovo habitat riescono a sopravvivere. Non ci dobbiamo sorprendere perché il mondo è sempre cambiato e sempre cambierà ma è anche vero che negli ultimi lustri qualcosa è cambiato nei tempi e nelle modalità. Da una evoluzione più lineare che contava poche storiche eccezioni, la crescita della produttività e delle organizzazioni oggi è diventata assai più veloce e con momenti di discontinuità più marcati.

 

Spostandoci al mercato globale questo ha l’effetto di una vera e propria rivoluzione: se solo pochi lustri fa per creare un business da un miliardo di dollari occorrevano almeno vent’anni, oggi l’evoluzione tecnologica (social network, app) permette a menti brillanti, abili a muoversi in questo nuovo habitat, di creare società che nel giro di pochi mesi sono in grado di raggiungere numeri simili o addirittura maggiori e con potenzialità di ulteriori sviluppi esponenziali.

 

Naturalmente questo fenomeno sta mettendo in crisi i modelli tradizionali e soprattutto le grandi multinazionali, che sino ad ora si erano sempre pensate immuni grazie alla loro potenza economica ed alla loro consolidata reputation nel mercato tradizionale, si sono scoperte vulnerabili.

È stato indubbiamente devastante l’impatto che ha avuto Amazon sulla distribuzione organizzata così come l’accelerazione che ha fatto seguito all’avvento di Pay pal e prima ancora dell’e-banking sul business bancario, dove in pochissimo tempo la mission delle filiali è stata completamente messa in discussione.

Allo stesso modo il car sharing ha rivoluzionato in pochissimo tempo la mobilità all’interno delle grandi città, Uber ha messo alle corde i taxisti, Airbnb il modello di hospitality e potremmo continuare per ore.

Secondo le stime degli esperti dell’Università dell’Innovazione nella Silicon Valley entro il meno di 10 anni il 40% delle aziende attualmente nella classifica dei top 500 di Fortune non esisteranno più o saranno in grave crisi.

 

Come reagiscono le organizzazioni

 

La necessità di cambiare è dettata principalmente dalla presenza di due fenomeni: da un lato la globalizzazione dei mercati che ha ulteriormente aumentato la facilità e velocità degli spostamenti e l’interscambio di informazioni, dall’altro la digitalizzazione crescente che ha rivoluzionato il modo di comunicare e reso nel contempo possibile la nascita di nuovi modelli di business: Skype, Car2Go, Uber, AirBnB sono infatti casi di successo anche grazie alla potenzialità di diffusione garantita dall’utilizzo di strumenti come smartphone e tablet.

 

Oggi si parla sempre più di organizzazioni esponenziali, organizzazioni cioè il cui impatto (e il cui ricavo) sia almeno dieci volte superiore a quello dei propri competitor, e che si fondano sulla tecnologia che per la propria natura pioneristica da sempre fa leva su processi di accelerazione.

 

Un ambiente digitale tende a muoversi esponenzialmente grazie ad una struttura agile, capace di raccogliere migliaia e migliaia di informazioni in maniera gratuita e veloce e trasformarne la gestione in utili con costi quasi impercettibili per l’utente e economia di scala massive.

 

L’esempio di Skype è illuminante: gli unici introiti derivano dalla vendita dei servizi premium, acquistati solo da circa il 10% del totale degli utenti. Avendo però garantito con una piattaforma completamente gratuita una massa enorme di utenti standard.

 

Il digital è davvero disruptive?

 

La digital disruption sposta continuamente equilibri e modalità di comunicazione con un impatto significativo sulle abitudini, sui consumi e soprattutto sulle aspettative di servizio.

In particolare, la continua possibilità di confronto e la costante condivisione di esperienze (dalle recensioni di hotel e ristoranti alla digital reputation dei professionisti) costringe le organizzazioni ad aprirsi all’esterno.

E questo approccio vale per tutto e tutti, dai modelli di business alle organizzazioni, dalle modalità di motivazione ed incentivazione delle persone, allo smart working.

 

Anche in ambito formativo si è vissuta una vera e propria rivoluzione. Nei vent’anni di esperienza nel settore ho visto cambiare spesso metodologie e tecniche ma mai come in questo momento si è dovuti ripartire quasi da capo. Se è vero che il processo di apprendimento delle persone è cambiato per velocità e strumenti, ha creato nuovi “dizionari” tanto che parlare di formazione con i video invece di gamefication fa pensare al paleolitico.

 

La digitalizzazione ci ha poi abituati al multitasking ed a poter lavorare o comunicare in qualsiasi luogo. Spesso capita di vedere in una riunione aziendale le persone più intente a lavorare con il proprio smartphone che ad ascoltare gli argomenti della riunione stessa.

 

Va anche detto che oggi a volte tendiamo a chiamare multitasking una cosa che in alcuni casi rasenta la maleducazione e per la quale a scuola avremmo preso una bella nota ma è altrettanto vero che per catturare (e mantenere) l’attenzione in aula o in un meeting servono argomenti ricchi di sostanza e tempi e ritmi diversi.

 

Il focus sulle priorità e la capacità di concentrarsi su una attività anziché disperdere energie su più temi con il risultato di concludere poco e male.

 

Come sempre abbiamo una scelta: cercare di sopravvivere o cogliere le opportunità. Da molti studi emerge che a sopravvivere saranno le realtà più agili: entro i prossimi sette anni è prevista la nascita di almeno 400.000 nuove start up. A Milano c’è stato un incremento del 6% da giugno a dicembre 2016 per la nascita di start up innovative, che hanno raggiunto quota 6.745 (iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese)[1]

 

 

Ready to go?

 

Il grande Jack Welch consigliava di cambiare prima di essere costretti a farlo e pochi consigli sono più saggi di questo.

 

Innanzitutto per i molteplici vantaggi di una modalità proattiva che lascia lo spazio ad una adeguata pianificazione strategica a fronte di una modalità reattiva che obbliga spesso ad una gestione dell’urgenza, con alto rischio di improvvisazione ed aleatorietà del risultato.

 

Dovremo in primo luogo ritrovare il coraggio di pianificare nel medio lungo periodo senza più invocare la crisi e considerare il mutato scenario una incredibile opportunità:

cambiare ancora e sempre, nella cultura e nei valori, cercando strumenti e modalità adatti che forse, in alcuni casi, devono ancora essere inventati.

 

Ma ogni cambiamento non può prescindere dalla consapevolezza e per questo, anche se ancora non sappiamo “come”, i migliori candidati alla sopravvivenza ed all’evoluzione saranno coloro che avranno preso coscienza del “cosa”.

Fate il vostro gioco. Rien ne va plus.

 

 

Alessandro Frè

Federico Ott

 

Risorsa Uomo

[1] Fonte: Rapporto Trimestrale Nazionale sui trend delle start up innovative

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